Cereghino

Sì, sono un cereghino.

Per chi non sapesse esattamente cosa sia, vi rimando a questa pagina: Cereghin
I
l fatto di avere uno spasmodico bisogno di ferie probabilmente mi porta ad essere uno strano ibrido tra Syd il Bradipo e una lunga scia di bava di lumaca.
Questo caldo torrido e afoso, invece, è come se fosse l’ultima goccia di un vaso già colmo.
Sono come un uovo al cereghino: cotta, con un centro molliccio e viscido che dondola in mezzo al niente.
Una delle prove schiaccianti, ahimé, è che stamattina ho cercato di prendere l’integratore vitaminico mischiandolo al caffè; per fortuna un collega è riuscito ad evitare la catastrofe – e sta ridendo ancora dopo mezz’ora.
Ma io cosa ci devo fare se il mio cervello è una laguna informe? Un budino melmoso che non registra minimamente le informazioni basilari – figuriamoci quelle superflue!

É che ultimamente ne sta succedendo davvero di ogni, e forse sono arrivata al punto che davvero:

AVREI BISOGNO DI FERIE!

Ma non semplicemente ferie dal lavoro, no.
Ferie dalla mia vita.

Avete mai sognato di svegliarvi una mattina e scoprirvi nel vostro paradiso personale, circondati da una calma serafica e con la possibilità di fare tutto – e dico tutto – quello che vi passa per la testa, senza rompimenti vari ad impedirvelo? Ecco… io vorrei questo.
E non sono certo il tipo che sogna il mare dei Caraibi, un chiringuito, la palma e lo sdraio, no.
Io sogno la casa completamente deserta, un condizionatore e la possibilità di fare quello che voglio tutto il giorno. Eppure non mi sembra di chiedere tanto… ma, a quanto pare, invece, lo è.

É troppo, perché c’è la prole con gli impegni estivi, la gita con l’oratorio, l’uscita in piscina con gli amici. C’è la casa da sistemare – ogni giorno, perché “Chissà chi può venire a trovarci e bisogna fargli trovare tutto in ordine”. C’è il lavoro, che quello mica lo puoi dimenticare in un angolo, altrimenti il tuo capo si potrebbe dimenticare di averti mai assunta. C’è il coniuge con le sue richieste assurde che arrivano direttamente dall’altra parte del mondo, dove sta lavorando, le pratiche della casa che stai comprando da sistemare e l’agente immobiliare da stalkerare per avere i documenti in tempo.
C’è… c’è… il mondo che deve continuare a girare, mentre tu sei semplicemente un Cereghino inerme.

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Ansiolitici sogni di mezza estate

A volte mi domando se sono solo io o se c’è qualcun’altra che, come me, vive di ansie.
Quando non ne ho (il che è, a dire il vero, molto raro), mi preoccupo a dismisura – per cui mi viene l’ansia di non avere ansie.
A volte mi domando perché sono così ansiosa e, soprattutto, da dove nascono queste sensazioni odiose e raccapriccianti? Quando inizio ad essere ansiosa?
Analizzando le varie situazioni sono giunta ad una conclusione: ho l’ansia di “accontentare” il prossimo, e questo alien interno aumenta nel momento in cui mi rendo conto che ciò che sto facendo/dicendo – o anche solo pensando di fare o dire – può non incontrare il favore dell’altra/o.
Mi viene l’ansia quando mando un messaggio dal contenuto dubbio (si incazzerà o no? e se si incazzerà, quali saranno le sue parole?), per cui partono minuti infiniti alla contemplazione del telefono, nell’attesa che quel maledetto aggeggio mi recapiti il responso (vita o morte?).
Mi viene l’ansia quando una persona mi dice “Dobbiamo parlare” e poi magari mi tocca aspettare ore o giorni perché ciò accada (ho passato lunghe notti insonni per molto meno, per cui fate un po’ voi…).
Mi viene l’ansia quando squilla il telefono, soprattutto se è un numero nascosto/privato, perché non si sa mai chi ci possa essere d’altra parte (equitalia, l’ospedale, un operatore telefonico stalker e rompiballe).
Mi viene l’ansia quando nel buio della notte sento quei rumori sinistri che tutti dicono essere i tubi delle condutture del gas, ma che io immagino come tanti esserini orribili e spregevoli che tentano di entrare in casa e mangiarci tutti.
Mi viene l’ansia quando la mia radio preferita non prende e quando prende, ma durante il tragitto da casa al lavoro non trasmette nemmeno una canzone che mi piaccia (e mi viene l’ansia quando, appena parcheggiato, parte proprio la mia preferita).

Mi viene l’ansia per tutto. E purtroppo mi hanno detto che per una come me l’età che avanza porterà solo peggioramenti…

Inizierò a fare una convenzione con l’erboristeria… (o direttamente con una casa farmaceutica).

Forse mi verrà l’ansia anche per quella.

Mirror of a lost soul

Si guarda allo specchio Iris – come il fiore delicato sui toni del viola che tanto piaceva a sua madre, ma che poco si avvicina a quello che è, a come si sente in questo momento. Scruta il riflesso di quella che una volta considerava una bella persona e prova disgusto.

Intravede delle dita che premono e stringono sulla sua schiena nuda, una folta chioma bruna chinata sul suo collo; percepisce chiaramente le labbra umide di quell’uomo – che vorrebbe poter dire essere suo marito – abbandonarsi alla pelle candida della clavicola.

Candida eppure così sporca.

Può dolcemente assaporare la sensazione del suo seno nudo schiacciato sul petto caldo e armonioso di quel corpo estraneo, ma conosciuto, quasi familiare.

Sente il suo partner ansimare mentre, guidata dal ritmo e da quei gesti così abituali, si muove su di lui, come sa che gli piace, come sa che lo fa impazzire.

Quando è successo che il limite invalicabile tra proibito e tentazione si è frantumato, spingendola a muovere il piede sottile oltre la linea di demarcazione?

Eppure, quando aveva incontrato la prima volta quello che sarebbe divenuto il suo dirimpettaio in ufficio, tutto le era sembrato fuorché interessante.

Non era bello, non il tipo di bellezza convenzionale, almeno.

Ogni volta che lo aveva incrociato da quel primo giorno in cui si erano stretti la mano, lo aveva sempre trovato accigliato, al limite dell’indisposto. Raramente salutava, non soltanto lei, ma in generale non si era rivelato un tipo troppo amante della socializzazione.

Amante.
Come si sbagliava allora, e quanto sta sbagliando adesso mentre, scaldando quel corpo che non sarà mai suo veramente, con l’amore che dovrebbe riservare a colui che invece si è donato a lei senza riserve anni addietro, gli sussurra tra i fremiti di un potente orgasmo: «Ti amo come non ho mai amato nessuno.»

 

Una cena aziendale, fiumi di vino rosso – uno dei migliori –, il sangue che si scioglie nelle vene, che corre veloce. Una chiacchiera di troppo, tacite sfide lanciate a suon di sguardi e il passo verso l’oblio è così breve che non sai nemmeno come ci sei arrivata, mezza nuda e vogliosa come non ti capitava di essere da un’eternità, in quel motel sulla statale che nemmeno sapevi esistesse.

E all’inizio è carne che cerca carne; tensioni che cercano sollievo. Desideri che non sapevi nemmeno di provare. Poi?

Iris si guarda nello specchio ancora, mentre lui, dopo la doccia, si friziona la testa con un asciugamano.

Quella sua bellezza atipica, non convenzionale, affiorata con il tempo, mano a mano che scopriva cosa quella corazza cupa nascondesse, la colpisce nuovamente in pieno petto. Da quella prima sera insieme, ogni volta una sensazione diversa l’ha inondata, fino a trasformarsi in qualcosa di catastrofico.

Amore.

Si alza e infila gli slip davanti a lui, provocandolo continuamente, senza volerlo.

È la sua femminilità riscoperta che si fa avanti e lo tenta, sempre, costantemente.

Non sono più solo corpo, carne, fuoco; ora sono anche cuore, mente, spirito.

Gli appartiene, ma non è sua.

Lo possiede senza averlo veramente.

Lo desidera, ma non può pretenderlo.

Vorrebbe essere arrabbiata con se stessa, con quella vile traditrice riflessa nello specchio che mostra senza vergogna quanto quell’uomo l’abbia cambiata. Vorrebbe avercela con l’uomo che le ha rapito ragione e sentimento senza averne il diritto; vorrebbe avercela col mondo e con il destino che gliel’ha piazzato sulla strada quando meno aveva la forza di ignorarlo.

Gli occhi viola di Iris parlano con quelli del suo alter ego riflesso nello specchio, che poco a poco sbiadisce sui contorni per diventare un’entità quasi maligna; non si riconosce, deformata com’è dal senso di colpa, ma ormai vive nella consapevolezza che, nonostante gli sforzi, non riuscirà mai a dire addio alla persona che ha riacceso quella fiammella di vita che credeva spenta dalla blanda abitudine coniugale.

Vorrebbe voltarsi, uscire da quella camera d’albergo – ormai sempre la stessa, ormai un po’ anche casa. Vorrebbe tornare a essere quella del prima – prima dell’uragano, prima del terremoto, prima; invece, quando si volta, sorridendo flebilmente a quegli occhi neri e quella bocca meravigliosa, l’unica cosa che riesce a fare è pronunciare quattro parole.

«Ci vediamo domani, amore.»

Quando apri gli occhi, ti rendi conto che…

– che non tutti sono dotati di buoni propositi, e ancora meno di buoni sentimenti;

– che chi fa da sé, fa per tre… a volte anche per quattro o cinque;

– che quando ci sono di mezzo i soldi, i rapporti interpersonali, anche quelli che credevamo più profondi, si incrinano pericolosamente fin quasi a spezzarsi;

– che quei rapporti spesso sono quelli con le persone che condividono con noi lo stesso DNA;

– che tutti sono bravi a parlare se nella merda ci sei tu, ma quando ci finiscono loro hanno bisogno della balia;

– che non è tutto oro quello che luccica, e non sempre è nutella quella che è marrone;

– che la vera famiglia è quella che ti scegli, non quella che la vita ti impone;

– che gli errori prima o poi si pagano;

– che essere buoni va bene, ma essere coglioni no;

E io sono stata cieca per così tanto tempo, che il giorno che aprirò davvero gli occhi probabilmente sarà davvero un gran bel casino.

Solo quando muori la gente ti ama davvero?

C’è una cosa che mi ha sempre dato un enorme fastidio. Una cosa che si ripete sempre, costantemente.

Una cosa che si è ripetuta anche oggi.

É venuta a mancare una donna, una bellissima e bravissima attrice che ha fatto un pezzo di storia del nostro cinema anni ’70 e ’80, ma che, guarda il caso, dopo vari problemi legati a droga e depressione, solo tre o quattro poveri cristi sapevano che esistesse ancora. Gran parte del resto del mondo aveva quasi scordato che fosse nata. Tutti gli altri, essendo molto giovani, non sapevano nemmeno chi fosse.

Oggi, purtroppo, è venuta a mancare e tutti a sbrodolare miriadi di elogi su quanto fosse importante per loro, su quanto fosse meravigliosa, brava, talentuosa; sul dispiacere che ha provocato venire a conoscenza di come si fossa ridotta negli ultimi anni della sua vita, etc… etc…

Ma fino a stamattina, quando avete scoperto che la povera Laura Antonelli è venuta a mancare, ve l’eravate mai cagata veramente sta donna?

A me, onestamente, dispiace come può dispiacermi per la morte di qualsiasi altro essere umano; a livello empatico, dispiace quando una persona scompare.

Ma non fingerò, scrivendo che la mia vita ora non sarà più la stessa senza di lei, quando praticamente la conoscevo solo di nome e la ricordavo semplicemente come moglie di Michele Placido in “Grandi Magazzini”!

Penso che certa gente non abbia affatto il senso della misura e che pur di accaparrarsi centinaia di Like sia disposta a tutto, troppo, anche a scendere nel ridicolo.

Se vi venisse voglia di imbiancare casa con il fai-da-te…

… NON FATELO!

Mi sono resa conto che tutto quello che nella mia mente si fa con uno schiocco di dita e sembra così facile che potrebbe farlo anche un bambino, in realtà è una faccenda mostruosamente complicata, quasi impossibile!

Avete presente quando vedete quegli atleti che compiono imprese straordinarie, come scalare un grattacielo di settanta piani o camminare su una fune appesa nel nulla in mezzo al Grand Canyon, e le fanno sembrare così semplici che vi dite: “Che ci vuole? Posso farlo anche io!”?

Ecco, quando vedo la gente imbiancare, mi dico che sicuramente potrei farlo meglio e senza alcuna difficoltà.

ERRATO!

Sono reduce da alcuni week end di fuoco – reduce è proprio la parola adatta, perché forse sopravvivere a uno scontro bellico mi avrebbe provata di meno – e, nonostante il mio impavido consorte abbia fatto il lavoro più duro, mi sento come se uno schiacciasassi mi fosse passato sopra più volte.

Mi sento fortunata ad essere ancora viva!

Nel caso foste così coraggiosi – o insani – da imbarcarvi in questa impresa, però, voglio darvi qualche consiglio spassionato:

A) Procuratevi, oltre a qualche tolla di vernice di ottima qualità, anche qualche chilo di sana OTTIMA pazienza;

B) Prima di iniziare a imbiancare, iscrivetevi in palestra e cercate di arrivare all’inizio dei lavori con una buona preparazione atletica – cosa che io NON HO assolutamente e infatti sono qui che vi scrivo in modalità larva;

C) CHIAMATE UN IMBIANCHINO! Vi costerà più del fai-da-te, ma ci guadagnerete in salute!

Come mi ha sempre detto un’amica: Offelee, fa el tò mestee (dialetto milanese che significa “Pasticciere, fa’ il tuo mestiere”)

Coraggio di essere se stessi, coraggio dei propri desideri

Ce ne vuole, di coraggio, anche solo per aprirlo un blog.
Ce ne vuole, di coraggio, anche solo per ammettere che si ha un sogno, uno di quelli veri che immancabilmente non si realizzerà mai; però un po’ ci credi – o ci vuoi credere, giusto per continuare a vivere nell’illusione che prima o poi qualcosa cambierà.

E allora clicchi per l’ennesima volta sul tasto “crea”, però stavolta procedi. A piccoli passi, tirando un sospiro di sollievo misto a eccitazione a ogni minuscolo traguardo raggiunto.

Ti è sempre piaciuta da morire l’idea che qualcuno – che non fosse un parente venduto o un’amica che leggerebbe quello che scrivi anche solo per farti piacere promulgandoti come “la miglior scrittrice dell’universo” – apprezzasse quello che la tua mente malata partorisce e le tue dita fin troppo veloci scrivono. A volte sono così veloci che scrivono vere e proprie idiozie, strafalcioni che ti fanno sentire ai limiti dell’analfabeta; quelle cose che farebbero dire a mio padre: “Con tutti i soldi che ho speso per mandarti a scuola!”

Ma poi, chissenefrega se manca una virgola o ti dimentichi per strada una preposizione? Conta quello che hai da dire, e finché non ho cliccato “crea”, nemmeno sapevo bene cosa volessi fare con questo angolo di infinito.

Non lo so nemmeno adesso, che sono qui a lasciare correre le dita e i pensieri, aspettando di capire dove mi porteranno.

So solo che voglio esserci, in qualche modo, per qualche ragione sconosciuta. Voglio solo “essere”, voglio essere visibile anche dove di solito mi nasconderei.

Io sono sempre stata quella che alle feste addobbava i muri stile tappezzeria; quella che nessuno si filava, quella che “non ti chiederei di ballare manco se fossi strafatto”; quella che seppur già invisibile, cercava di esserlo ancora di più.

Chiariamo, non sono il mostro di Lochness, è solo per far capire la mia indole discreta.

Ma come può una persona che “da grande” vorrebbe fare la scrittrice essere una che si nasconde?

Forse il fatto sta proprio lì, avere una vaga ombra di coraggio e lasciare che resti tale, per non esporsi.

Dire di voler “esserci” e poi non avere il coraggio di buttare fuori la testa.

Il festival dei lunatici!

Vi è mai capitato di incontrare nella vostra vita una persona che, ad un certo punto, pensavate  di conoscere abbastanza bene, ma che poi si è rivelata col tempo più un mistero che una soluzione?

Io sì, più volte ad essere onesta, ma ultimamente ce n’è una che mi fa proprio riflettere: quanto può essere lunatica ‘sta gente?

In effetti non è che mi leghi a questa persona una particolare e profonda amicizia; è una collega e, come tale, non è una di quelle persone a cui confidi i tuoi più piccoli segreti. Stando a contatto però tutto il giorno, cinque giorni su sette, è normale che si crei quel rapporto di empatia, confidenziale – ovvio, se c’è reciprocità e desiderio di stare insieme – che ti porta ad affezionarti. In più, con me è stata sempre gentile e divertente, amichevole, e avendo anche degli interessi in comune, abbiamo sempre avuto qualcosa di cui parlare.

Sono cinque anni che conosco questa persona; mi ero accorta che fosse un po’ lunatica, metereopatica, ma non ero mai stata oggetto di questi suoi repentini cambiamenti di umore… da qualche giorno, invece, anche io sono bersaglio di questo malessere.

Forse sono io che mi faccio le paturnie, come spesso accade, eh… ma sono quasi certa che abbia qualcosa che non va con me. Il problema è che non so cosa, e questa situazione mi urta particolarmente. Odio trovarmi in queste faide, anche perché di solito vado d’accordo con tutti e non ho mai grosse difficoltà nei rapporti interpersonali.

Adesso non so come comportarmi.

Questa persona ride e scherza con tutti, ma quando le rivolgo parola io sembra che si spenga improvvisamente. É scostante e fredda, e non sopporto di essere messa al muro senza una ragione. Di solito preferisco che mi si mandi affanculo in diretta, face to face, non che mi si supercazzoli senza che io ne conosca il motivo.

Ho provato ieri a chiederle se ci fosse qualcosa che non andasse, se avesse qualche problema o se stesse poco bene.

La sua risposta, fulminea come una staccata alla scherma, è stata: “No, tutto ok.”

Beh, felice di sapere che sia tutto ok, ma che nel giro di qualche giorno, quando mi parli, sembra che ti abbia morso una tarantola!

Onestamente non so nemmeno perché lo sto scrivendo, ma avevo bisogno di sfogare con qualcuno questa mia frustrazione. Chissà che magari possiate darmi un consiglio su come sbrogliare questa cosa!?

Datemi il libretto di istruzioni!

Il bigino – o libretto di istruzioni – è una cosa che solitamente non uso. Quando compro un oggetto nuovo, che sia esso un microonde, un gioco o un telefono, il bigino è la prima cosa che metto da parte, pensando: “Tanto non mi serve!”
E nella maggior parte dei casi va proprio così. Vado a braccio, uso l’intuito… e in men che non si dica divento bravissima, tanto che gli altri, quelli che invece fanno fatica ad affidarsi al caso e alla logica, chiedono indicazioni a me.

Ma chi me lo doveva dire che “andare a braccio” con una figlia adolescente non è proprio UMANAMENTE possibile?

A onor del vero, avrei avuto bisogno dell’enciclopedia “Figli: istruzioni per l’uso” già in tenera età, ma alla fine – in qualche modo – ce la siamo cavata. Certo, non si è mai perfetti genitori, anche noi impariamo con il tempo – sbagliando e arrancando -, ma la luce in fondo al tunnel era sempre lì a dirmi: “Prima o poi sarai all’aria aperta!”

Con l’adolescenza, questa speranza sembra essere sempre più lontana. Cerco di immaginarmi quel puntino di libertà in fondo al tunnel, ma ci sono momenti in cui il buio mi divora e le insicurezze si fanno largo dentro il mio cuore di mamma alla ricerca continua di conferme.

“Ma dove sto sbagliando?”
“Perché non ci capiamo?”
“Come faccio a farle capire che se rompo è per il suo bene?”

Le domande sono sempre tante, le risposte non arrivano mai; quindi mi ritrovo con un bouquet di punti interrogativi in una mano e un pugno di mosche nell’altra.

Leggendo qui e la articoli e giornali che parlano del difficoltoso passaggio di un bambino all’età adolescenziale e del rapporto con i genitori mi sono ritrovata perfettamente in tantissime descrizioni; psicologi e pediatri sono tutti concordi nel dire che i moti di ribellione dei figli sono dovuti semplicemente ad una questione prettamente di crescita. I ragazzi devono disobbedire, ribellarsi, per testare i limiti entro i quali devono per forza stare, per cercare di formare una loro propria personalità, per aprire i loro orizzonti e trovare un’individualità. Per diventare grandi, insomma.

Dicono che in questa fase gli scontri con i genitori, che si fanno sempre più frequenti, sono la normalità; che il genitore deve comprendere e assecondare questa loro ricerca personale; che devono sempre mantenere un atteggiamento positivo e aperto. Dicono che devono essere disponibili al dialogo e far capire al figlio/alla figlia che sono lì per lui/lei.

Io ci provo, oh se ci provo, con tutta me stessa! Alle volte mi riesce, ma come fare a mantenere costante questo mantra da santone buddista? Ci sono quei momenti in cui, piuttosto che stare in casa, sarei disposta a farmi torturare da un boia medievale.

Ti spari undici ore di lavoro non-stop e rientri a casa, preparandoti mentalmente al sorriso “paresi style” e a fare domande su come è andata la giornata, su quali sono stati gli eventi salienti a scuola, sui compiti… sul fidanzatino (che non ti sta andando giù dal gargarozzo da quando ti ha detto “mi sono messa con lui”, ma che ti stai facendo andare bene per evitare rappresaglie); lei ti guarda, con l’espressione tipica del Carassius Auratus in padella, e risponde ad ogni singola domanda con “Niente. Tutto ok.”

Sarà frustrante!?

E la cosa bella arriva invece nel giorno “Sì”, corrispondente ad ogni mille mai del mese, in cui, mentre ascolti qualsiasi cosa le esca dalla bocca, ad un certo punto ti senti rinfacciare che “Ma tu non mi chiedi mai niente! Sono io che devo sempre venire a dirti le cose!” oppure, quella più incredibile: “Non mi chiedi mai come sto!”

Ed è lì che il Kraken assopito che riposa nei miei più oscuri meandri viene a galla, portando con sé quel viscido liquame di frustrazione e impotenza, ma devo imbrigliarlo – con enooorme fatica – per non fare danni. E allora la guardo e faccio due o tre lunghi sospiri che mi causano un paio di emboli polmonari, facendo fuoriuscire il fumo da qualsiasi pertugio di cui il mio corpo è provvisto, e le rispondo: “Te lo sto chiedendo adesso.”

Nella culla dell’ospedale, oltre al cartellino con nome e peso, dovrebbero mettere un bel bigino con le istruzioni per l’uso!

Un posto nel mondo…

Ci sono momenti nella vita in cui le frustrazioni, le delusioni, i sogni infranti tornano a far rumore con quel loro silenzio assordante, quello che ti annichilisce. Una tempesta di domande ti affollano la mente; sono di quelle a cui non sai rispondere, perché se avessi avuto la chiave di quei piccoli grandi misteri, niente delle tue incertezze, delle tue ansie, delle tue paure avrebbe avuto un senso.

Si nasce in un mondo che non è abituato a combattere, che non è abituato a soffrire, che non vive d’ansie vere perché i piatti a tavola sono sempre pieni, perché c’è sempre qualcuno che ci dice cosa fare, che ci guida – e talvolta non si limita solo a quello, ma ci porta direttamente, senza sforzo, alla meta.

E forse, anche se io ho vissuto una vita un po’ più “sacrificata”, è questo il vero motivo per cui quei sogni infranti sono rimasti in un cassetto della mia anima, chiuso a chiave – e chissà poi dove l’ho ficcato quel pezzo di ferro? Forse quell’angolino di mio, di privato, di personale resterà bloccato lì a vita. É che a volte quando si desidera una cosa che ci sembra troppo grande, mastodontica, non si trova il coraggio di dire “voglio, devo”; ci si limita a condizionali infiniti che finiscono con il segregarci in muri di accondiscendenza e “ma sì, va bene così”.

No, che non va bene così! No… dentro di te c’è una guerra che nessuno vede. Tu non vuoi che vada bene così, ma alla fine… sì… lasci che ti vada bene e non lotti. Ti accontenti. Ti limiti a respirare, ché tanto i tuoi polmoni fanno tutto da soli, tu non devi fare granché.

Eppure una manciata di sogni, morti prima ancora di essere concepiti, ce li ho anche io, certo. Sono lì che ogni tanto sbatacchiano dentro a quel cassetto, e quando li sento, sì, magari allungo la manina per cercare la chiave; a volte, mi è sembrato quasi di riuscire a sentire il click della serratura che scattava… ma poi ho mollato, ancora.

Non voglio mollare di nuovo.

Uno, dico uno solo… uno di quei desideri inespressi, ma vivi vorrei realizzarlo anche io.